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Passerella mobile pedonale in centro di Oriago

I "bareti" di Oriago - Revival sulla "movida" del Brenta

Ci è piaciuta l'idea di Danilo Passadore, un oriaghese doc che con passione ama raccontare - molto bene - storie e particolari inediti del proprio paese natale, al punto tale di aver adottato l'hashtag #natoadoriago per marcare l'appartenenza al proprio paese, Oriago per l'appunto. Per chi non lo sa Oriago è una bella frazione di Mira, in provincia di Venezia, il cui centro si affaccia ed estende lungo la Statale 11, che costeggia il Naviglio Brenta, e fa quindi parte della più conosciuta Riviera del Brenta, come ne fanno parte Mira Porte, Malcontenta, Mira Taglio, Dolo, Fiesso d'Artico, Stra per finire a Padova, Una riviera costeggiata da splendide dimore e ville storiche costruite dalle famiglie patrizie Veneziane tra il XVI e il XVIII secolo, alcune Palladiane, come la notissima Villa Foscari detta La Malcontenta, considerata Patrimonio Unesco, e molte altre ville purtroppo non tutte in buono stato, molte trascurate, parecchie abbandonate, e davvero troppo poche quelle visitabili.

Ma tralasciamo la Riviera del Brenta e gustiamoci questo saporito revival di Danilo Passadore che con il suo genuino racconto ci induce a fare un piacevole tuffo nel passato, facendo emergere nei meno giovani ricordi, passioni, abitudini, stili di vita, che saranno sicuramente apprezzati dai nostri lettori.

Ecco il suo racconto integrale:

Bar o meglio, "bareti"

I “bareti” (piccoli bar) hanno fatto parte della nostra infanzia e ad onor del vero continuano, anche oggi, a far parte integrante della vita di alcuni di noi. I nostri “bareti” non avevano nulla a che vedere con gli attuali bar, normalmente gestiti da intraprendenti cinesi. Nei nostri “bareti” eri abituato a vedere dietro al bancone la stessa persona, dalle prime luci dell’alba fino a notte fonda, sette giorni alla settimana per quasi trecentosessantacinque giorni all’anno. Non erano baristi, ma monaci che dedicavano la loro vita ad accogliere, servire, ascoltare, sopportare i più disparati avventori, dal “bocieta” (ragazzino) all’anziano che normalmente, per rispetto, veniva chiamato anticipando al nome “sior”. Il “bareto” aveva normalmente due sale, una all’ingresso con il bancone ed il “monaco” ed una interna dove poteva esserci il biliardo, qualche tavolo per i giocatori di carte, un flipper ed il mitico, impareggiabile, avveniristico videogame alias “pincioneto”. I bar non avevano nomi particolari di fantasia, come oggi, semplicemente prendevano il nome del “monaco” proprietario oppure dal soprannome che il proprietario aveva, bar da Sergio, da “Pei”, dal “recia”, daea “Falda”, da “Meoni”, solo per citare i più famosi. Ma entriamo un po’ nei dettagli più caratteristici del “bareto”.

Il Bancone del bareto

Poteva essere più o meno lungo a seconda delle dimensioni della sala dov’era posizionato, superficie in acciaio inox e struttura in legno o formica, molto robusto, normalmente consunto nei punti di maggior “appoggio” dei clienti o in prossimità della cassa. Ad una delle due estremità, a destra o sinistra, non poteva mancare una vetrinetta con l’esposizione dei “cichetti” (anche stagionati) caratteristici delle nostre zone, il “mexo vovo” con acciuga o sottaceto, seppiolina ai ferri, polpettina, polenta con fettina di cotechino, pezzetti di formaggio. Ovviamente questo è solo un elenco non esaustivo di tutto quello che si poteva trovare nella vetrinetta dei desideri. Evidentemente non poteva mancare la macchina per il caffè, posizionata ad una delle estremità del bancone oppure di fronte sullo scaffale alle spalle del “monaco”. Sotto al bancone il frigo, dentro al frigo due bottiglioni, uno di rosso e uno di bianco (vino ovviamente), qualche bibita e qualche birra. Prima dell’avvento dei registratori di cassa, i soldi venivano riposti in un tipico cassetto in legno diviso artigianalmente da scomparti per accogliere i vari tagli delle banconote, il monaco lo apriva, riponeva i soldi e, restituendo il resto all’avventore, con un movimento pelvico degno di Elvis “the pelvis” richiudeva il cassetto.

L'ingresso del bareto

Oltre al bancone come già detto, la sala era allestita con il frigo dei gelati, uno massimo due tavolini per la lettura del giornale e poi a seconda dello stile del monaco, poteva esserci qualche altro pezzo d’arredo. Seduto al tavolo, potevi trovare a tutte le ore qualcuno intento alla lettura dei quotidiani. Appoggiato a fianco del giornale, il caffè, un’ ”ombra”, un amaro o una “china”, dipendeva dall’ora del giorno in cui il giornale veniva letto. Normalmente il “monaco” conosceva a mena dito gli usi e costumi dei clienti più assidui e non appena uno di questi varcava la soglia del bar, era già pronta per lui la consumazione che a quell’ora del giorno, con sicurezza matematica, era solito consumare.

L'altra sala del bareto

La seconda sala del bar era dedicata allo svago, una sorta di ludoteca, intendiamoci, una ludoteca da bar. I tavolini erano occupati dai giocatori di carte i quali, disposti a coppie, si sfidavano a tutte le ore del giorno e della notte ai giochi più diversi: briscola, tresette, madrasso, bestia, trionfo. Stiamo parlando non di semplici giocatori, ma di veri e propri professionisti, gente che teneva a mente non solo i propri punti fatti durante uno scarto, ma anche quelli dell’avversario. Finita la “mano” sapevano già chi aveva vinto, la verifica delle carte era solo una proforma. Quando si arrivava all’ultimo scarto tutti conoscevano le carte che rimanevano in mano all’avversario, venivano quindi gettate tutte allo stesso tempo sul tavolo conoscendo in anticipo come sarebbe stato l’epilogo di quella “mano”. Insomma era bello anche solo vederli giocare, di fatti alle spalle avevano sempre un nutrito pubblico.

La cosa più sanguigna però erano i commenti finali tra i compagni, il tono di voce si alzava, le giugulari iniziavano ad ingrossarsi, e per i successivi cinque minuti le persone deboli d’orecchi dovevano coprirsi i timpani. Passata la bufera si riprendeva la partita con devozione e rispetto reciproco. Se la sala era sufficientemente grande c’era anche un biliardo da “boccette”. Il panno verde con aloni più o meno colorati non era quasi mai riscaldato anzi, era freddo ed umido. Le eleganti sponde in radica erano qua e là bruciacchiate dai mozziconi di sigarette lasciate dai giocatori, ma viva Dio era un biliardo, il top degli accessori da “bareto”.

In quella sala c’era stata l’esposizione tecnologica dei video giochi elettronici. Il primo, a parte ovviamente il flipper, fu il gioco del tennis. Un armadio con incastonato un monitor dove apparivano due segmenti bianchi ai lati (con la possibilità di controllarne il movimento) ed una pallina o meglio un quadratino che veniva passato da un segmento all’altro. Se si giocava da soli uno dei segmenti diventava un muro sul quale rimbalzava la pallina. In pratica proprio come accadeva nel gioco reale. Poi seguirono le corse delle macchine, gli alieni da combattere, Pac Man, giochi di strategia. Ricordo benissimo che bisognava fare la fila per giocare. Se eri troppo piccolo la tua posizione nella fila scalava all’indietro con doppia penalizzazione, la prima appunto perché dovevi giocare per ultimo, la seconda perché dovevi aspettare un sacco di tempo in quanto i più grandi avevano risorse finanziarie più cospicue e così potevano colonizzare il “pincioneto” più a lungo. Quando finalmente arrivava il tuo turno, sfilavi dalla tasca le mitiche 50 lire, le infilavi nell’apposita fessura ed iniziavi a giocare con gli occhi di tutti puntati addosso. Gli altri non facevano il tifo per te ma per il video game, si perché, prima finivi prima giocavano loro ed allora i commenti erano: “tanto te duri poco”, “movete, assa xogar quei boni”, “dove vutto ‘ndare” e via così. Alla fine perdevi, mettevi la tua bella coda tra le gambe e te ne andavi.

Insomma, il “bareto” era un micro cosmo con le sue regole, le sue tradizioni ed i suoi indigeni. Con il tempo anche loro sono cambiati, molti sono passati di mano fino all’epilogo del passaggio di gestione. Quei “monaci” non ci sono più, gli spazi interni si sono modernizzati, le slot machine hanno preso il posto dei “pincioneti” ed il biliardo lo trovi raramente.

I bar storici di Oriago oramai sono quasi tutti gestiti da cinesi oppure chiusi da tempo. Di seguito un elenco dei più tipici e frequentati:

  • Bar da “Nadain” (famoso ristorante in località Figa de Fero)
  • Bar da Sergio (incrocio Via Malpaga)
  • Bar da “recia” (incrocio via Ridato Bellin e Via Veneto)
  • Bar aea “Crose” (incrocio Via Veneto e statale)
  • Bar da “Ciaobondì” (fronte statale)
  • Bar Cadore (zona canguro)
  • Bar daea Falda (inizio Via Sabbiona)
  • Bar da “Meoni” ( vicino la chiesa di S.M. maddalena)
  • Bar alla “Stazione” (c’era anche il biliardo)
  • Bar da “Lado” (riviera san Pietro vicino alla passerella)
  • Bar da Gigio (poi Vanzan e “Dai Pittori”. Riviera S.Pietro)
  • Bar da “Pei” (Via Caleselle con grande sala biliardo)
  • Bar da “Vettore” (a ridosso del Cinema Italia)
  • Bar daea" "Maria (in via Oriago)

Ovviamente oltre a questi c’erano anche ristoranti, trattorie, pizzerie che fungevano da bar, aprivano la mattina e chiudevano la sera tardi, proprio come un bar. Oggi bene che vada ristoranti e pizzerie li trovi aperti solo per la pausa pranzo o la sera dopo le 18:00. Ma uno quando ha voglia di un’ ”ombra” non può aspettare l’orario di apertura, deve essere sempre disponibile.

Conclusione e ringraziamenti

Pur non trattandosi di una mera proposta turistica, mission del sito Veneto360, abbiamo ritenuto comunque davvero bella ed interessante questa rievocazione storica dell'autore Danilo Passadore, che ci ha particolarmente coinvolto ed appassionati, al punto di chiederne l'autorizzazione alla pubblicazione su questo sito, e che gentilmente ci ha concesso. Un ringraziamento anche a Paolo Berati autore della foto di copertina di questo articolo. Estendiamo l'invito, a chiunque abbia "racconti, storie, curiosità" che riguardano esclusivamente località del Veneto, di segnalarcele, e saremo lieti di valutarle e pubblicarle nelle apposite sezioni del sito.

Grazie della lettura!

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