Tra i canali e gli isolotti silenziosi della laguna sud-occidentale di Venezia, si nasconde una storia che mescola documenti ufficiali, scandali mai chiariti e leggende pruriginose tramandate per secoli. Parliamo dell’isola di Sant’Angelo della Polvere, un luogo che da convento di clausura si trasformò in polveriera, e che ancora oggi porta con sé un’aura di mistero.
Un convento in mezzo all’acqua
Il monastero nasce nell’XI secolo con una comunità di monache benedettine. Un piccolo cenobio in mezzo alla laguna, dove vita spirituale e isolamento sembravano garantiti. L’isola prendeva allora il nome di Sant’Angelo di Contorta, dal canale che la costeggia.
1474: la condanna della Serenissima
È qui che entra in scena la storia “ufficiale”. Nel 1474 la Serenissima decide di chiudere il convento: nei documenti del Senato si parla di “condotta scandalosa”, di una “vita turpe e indegna”. Termini vaghi, volutamente sfumati, che non spiegano mai cosa fosse accaduto tra quelle mura. Le religiose vengono trasferite d’autorità nel monastero di Santa Croce alla Giudecca, e l’isola rimane vuota.
Il mondo cambia: Colombo e le Americhe
Per capire il contesto storico, basta guardare al resto del mondo: appena 18 anni dopo, nel 1492, Cristoforo Colombo salpava verso ovest e scopriva il Nuovo Mondo. Mentre la laguna veneziana si interrogava sul destino di un piccolo convento, altrove prendeva avvio l’età delle grandi scoperte che avrebbero cambiato la storia globale. Un curioso parallelo: una vicenda “locale” di monache e pescatori nello stesso tempo in cui si aprivano gli oceani e nuovi continenti.
Tra storia e leggenda: i pescatori e le monache
Ed è proprio quel silenzio dei documenti che accende la fantasia popolare. Secondo la tradizione orale, i pescatori di Malamocco e Pellestrina non mancavano mai di fermarsi sull’isolotto prima di rientrare a casa. Il pesce fresco e le ostriche erano la loro offerta… in cambio di attenzioni proibite da parte delle monache. Qualcuno racconta persino che le religiose si affacciassero mostrando le loro grazie per invitare i barcaioli ad avvicinarsi.

Quando le mogli dei pescatori capirono che i mariti tornavano a casa con “troppo buonumore”, lo scandalo esplose: le denunce si moltiplicarono, e il convento venne chiuso. Una versione colorita che non compare negli archivi, ma che ha resistito nei secoli, alimentata da chi giura di aver visto conchiglie di ostrica accumulate nei pozzi dell’isola.
Dalla clausura alla polvere da sparo
Dopo lo scandalo, l’isola rimase a lungo abbandonata. Nel 1555 il Senato veneziano decise di riutilizzarla: quella posizione isolata era perfetta per ospitare un deposito di polvere da sparo. Da qui il nome che conosciamo oggi: Sant’Angelo della Polvere. Ma il destino dell’isola era segnato: il 29 agosto 1689 un fulmine colpì i magazzini e fece esplodere oltre 800 barili di polvere. Gli edifici furono rasi al suolo e da allora il luogo cadde in rovina.
Il fascino di un’isola maledetta
Oggi l’isolotto è ancora lì, abbandonato e selvatico, tra la Giudecca e Fusina. Restano i ruderi, le mura spezzate, e un alone di mistero che si porta dietro da secoli. Storia e leggenda si intrecciano: da un lato i documenti della Serenissima, dall’altro i racconti di monache troppo compiacenti e pescatori poco devoti.

Morale (lagunare) della favola
Forse la verità non la sapremo mai. Ma una cosa è certa: a Venezia, il buon pesce e le ostriche hanno sempre fatto perdere la testa. Se poi, invece che in tavola, finivano in convento… beh, questa è un’altra storia.
Foto di copertina è stata realizzata con AI e non corrisponde alla realtà
